Grazie ancora a tutti voi.
Carissimi tutti, sono ritornata da Addìs Ababà (così è il nome corretto) da un giorno ed ho ancora la mente e gli occhi pieni delle sensazioni e delle immagini del mio soggiorno in Etiopia. Vorrei potervi descrivere tutto, ma mi sarà impossibile tanto i giorni sono stati intensi e tante le cose che ho visto e fatto. Questo pezzo di Africa mi ha subito presa, anzi direi afferrata. E' difficile per noi pensare di vivere in una città come Addìs Ababà fatta di un mare di casupole di fango e lamiera dal quale si ergono i palazzi lussuosi dell'Hotel Sheraton, dell'ONU e di altre organizzazioni internazionali. E' difficile accettare di condividere la strada, in mezzo ad un traffico senza regole, con mandrie di zebù, pecore, capre ed asini stracarichi, vecchissimi autobus con la loro scia di fumo nero e tante tante persone che camminano e che sembrano considerare la strada come la loro casa. Per molti la strada è davvero la casa ed ho visto anche donne con bambini piccoli vivere così, proprietari solo di una coperta e di un ombrello. Per me è stato difficile anche vedere in mezzo ad una strada fuori città cani randagi ed avvoltoi che si contendevano quel che restava del un corpo di un asino o sentire i lamenti di una bestia macellata. Ma tutto questo non mi ha impedito di immergermi subito in questa realtà e di sentirla mia, come se ci fossi sempre stata. Che sia questo il "mal d'Africa"?
Ma ho anche visto ed avuto tante cose belle: una calda accoglienza prima di tutto, poi sono stata ospitata in una bella casa dove ho avuto la sensazione di aver abitato da sempre, ho conosciuto care persone che ho sentito subito amiche. Grazie a loro ho fatto anche la turista trascorrendo i fine settimana in posti molto belli, tra cui un lago formatosi in un cratere e circondato da un ambiente verde e ricco d'acqua. Ma vi risparmio la piccola parte turistica del mio soggiorno come pure vi risparmio la descrizione della cerimonia del caffè: se qualcuno di voi è interessato la spiegherò a voce quando ci incontreremo. Vorrei invece parlarvi della nostra, dico "nostra" perché ormai la sento anche mia, scuolina di Yeka. Lo scorso anno alcuni insegnanti della scuola italiana sono venuti a conoscenza che a Yeka, un quartiere al limite della città, vi era una settantina di bambini in età prescolare tenuti durante il giorno in una casa di fango e lamiera senza servizi e senza acqua mentre le mamme, poverissime, erano al lavoro. E così Chiara, Patrizia, Marcella e Sandro dinamici ma anche pragmatici si sono buttati con entusiasmo in questo progetto ed in un solo anno è accaduto il miracolo: è stata affittata una casa in muratura, sono state arredate tre aule ed un ufficio, ma presto arriveranno banchi e seggioline nuovi, sono stati installati servizi igienici con (incredibile) docce, è stata attrezzata una sala da pranzo ed una piccola cucina per assicurare ai bimbi un pasto: per ora pane e latte, ma prestissimo frutta tutti i giorni e pasti proteici due volte alla settimana. Sono state assunte cinque insegnanti qualificate, due donne per le pulizie che nei fine settimana lavano e stirano tutti i grembiulini ed un guardiano notturno.
Figura molto importante è Kaleb, direttore della scuolina. Kaleb mi è stato di aiuto indispensabile e prezioso traducendo dall'amarico all'inglese ed accompagnandomi nelle case dei bimbi. Con lo scopo di migliorare anche le condizioni delle famiglie, facendole passare da uno stato di miseria almeno ad uno di povertà dignitosa, una quindicina di mamme (si sono scelte accordandosi tra loro) sono state avviate ad un corso di cucito ed altre attività sono in divenire. Per fare tutto questo i "soci fondatori" hanno anche cercato la collaborazione dell'associazione ligure "In cammino con la famiglia" che si occupa di gestire le adozioni a distanza e che è presente ad Addis con una casa di accoglienza per bambini di strada. Io ho visitato tutti i 75 bambini e con Kaleb abbiamo aggiornato le loro cartelle. Non li ho trovati in cattive condizioni anche tenuto conto delle condizioni in cui vivono, ma sono emerse varie patologie che richiederebbero cure o accertamenti.
Ma questo è il problema: in Etiopia non esiste un sistema sanitario e tutto deve essere pagato ed anche molto. Ci sono ospedali governativi gratuiti, in uno di questi sono anche entrata: ho visto i reparti di patologia neonatale, di pediatria e di chirurgia pediatrica, ma preferisco evitare qualsiasi descrizione. Ed ecco il nuovo progetto: creare un fondo cui attingere quando un bambino è ammalato e deve essere curato o ricoverato. Intanto si è iniziato a prendere informazioni, a cercare punti di riferimento per sapere dove ed a chi rivolgersi in caso di necessità. E' difficile infatti districarsi fra tutti gli ospedali di Addis, alcuni di buon livello ed altri no e spesso ognuno di loro è limitato a poche specializzazioni. Ma sempre tutto deve essere pagato. Però già stiamo per ottenere un risultato concreto e ne siamo felicissimi: grazie alla generosità di alcuni di voi ed a quanto mi è stato dato prima di partire la prossima settimana una nostra bambina, il caso più urgente, sarà operata da un ortopedico italiano presso l'ospedale italiano di Wolisso. Purtroppo questo ottimo ospedale, che in più ha anche tariffe accessibili, dista da Addis
Scusatemi per la prolissità, mi sono lasciata andare! Ma vorrei raccontarvi dell'accoglienza che mi è stata riservata quando sono andata nelle case dei bambini: piccole case con muri di fango e tetto di lamiera. Una sola stanza che prende luce dalla porta e divisa a metà da una tenda o da una coperta appesa dietro alla quale c'è il letto, uno per tutti. In un angolo c'è la tanica con l'acqua portata a spalla da chissà dove e che deve bastare per tutto e per tutti. Ma in quasi tutte le case dove sono stata ho visto ordine e dignità e sono stata accolta con molto calore e rispetto. Ho mangiato il pane che mi avevano preparato, un'altra volta mi è stata offerta l'injera con lo scirò e ho bevuto il tej. E sempre, prima di mangiare l'injera, l'immancabile cerimonia del lavaggio delle mani con l'acqua per loro così preziosa, ed ovunque l'altrettanto immancabile cerimonia del caffè. Ho ricevuto regali e mi hanno fatto anche le treccine, quindici, che però alla sera con l'aiuto di Chiara ho dovuto sciogliere perchè non sopportavo il mal di testa. Una volta però una di queste mamme ha pianto davanti a me per la vergogna e l'umiliazione di non aver nemmeno una sedia per farmi accomodare e non aver il necessario per offrirmi il caffè. Nella sua casa non c'è nemmeno il materasso e poi mi è stato detto che si guadagna da vivere raccogliendo sterco che fa seccare e poi vende come combustibile. Per altre il lavoro consiste nel portare le taniche con l'acqua o raccogliere legna e foglie di eucalipto.
Non posso finire senza raccontarvi della festa d'addio che le mamme e le insegnanti hanno organizzato per me il giorno della partenza. Nel cortile, alle tre precise del pomeriggio, c'erano molte mamme sedute ai loro posti e c'erano anche le insegnanti con Patrizia Marcella e Sandro. Chiara mi ha accompagnata. I bimbi erano tenuti occupati in un'aula con un film. Per me era stato preparato un tavolino con i fiori (ma per tutta la settimana ho avuto i fiori sulla scrivania) ed il regalo delle insegnanti. Quando sono entrata sono stata accolta da un applauso! Non sapevo più che dire e che fare, ero confusa e commossa e lo sono stata per tutto il tempo. Poi una mamma si è alzata in piedi ed ha tenuto un discorso evidentemente preparato: mi ha ringraziata perché sono venuta da così lontano ed ho speso tanti soldi per il taxi per andare tutti i giorni a vedere i loro bambini. Poi si è commossa. Un'altra mamma è andata avanti e mi ha detto che tutte loro mi vogliono bene, ma si è commossa anche lei e non ha potuto continuare. Una terza, la mamma della bimba che sarà operata, più disinvolta ha infine preso la parola ed ha detto che tutte hanno appezzato che io sia andata nella loro case e che non abbia avuto paura di abbracciarle e di baciarle, loro che di fronte a me si sentono sporche. Dopo le insegnanti hanno offerto il pane con la cerimonia del caffè cui sono seguiti musica e balli! Ho dovuto ballare anch'io, e tutte ridevano. E' stato un momento bellissimo, eravamo tutti felici, io un poco frastornata. Ho visto ridere anche mamme che al momento della visita erano state timide e vergognose. Poi, in ordinatissima fila indiana, sono usciti i bambini, con il loro zainetto sulle spalle pronti per gli ultimi giochi sul prato e andare a casa. E alla fine baci ed abbracci per tutti.
Mi scuso di nuovo per questa mail così prolissa, ma perdonatemi: avrei ancora tanto da raccontare, ma vi risparmio... Chissà se sono stata capace di darvi almeno una piccola idea di quello che ho provato io in queste due settimane, spero di esserci almeno in parte riuscita. Per finire dico che vorrei ritornare ad Addìs Ababà anche domani. Non so se sono stata colpita dal mal d'Africa, ancora non lo so. Ma se il mal d'Africa è questo è bello essere ammalati ed io farò nulla per guarire.
